Federico II Gonzaga, figlio di Isabella d’Este e Francesco II, commissiona a Giulio Romano la progettazione e realizzazione di Palazzo Te dal 1524. L’edificio si trova al termine di quello che oggi viene chiamato il Percorso del Principe, che da Palazzo Ducale attraversa la città fino a Porta Pusterla e Palazzo San Sebastiano. Qui, un ponte proseguiva fino ad un’isola, dove i Gonzaga allevavano i cavalli: l’isola del Te. Il nome deriva probabilmente da teietum, bosco di tigli o da attegia, che significa capanna.
Federico II desidera una villa più lussuosa di Palazzo San Sebastiano, fatto costruire dal padre Francesco II: un luogo di delizie ispirato alle grandi ville della Roma Imperiale dove dedicarsi a tutto ciò che ama. In particolare, a Isabella Boschetti, la donna per la quale prova una passione bruciante, rappresentata quasi ossessivamente dalla simbologia degli affreschi sulle pareti.
Tra il 1525 e il 1535, Giulio Romano, allievo di Raffaello, giunto a Mantova grazie a Baldassarre Castiglione, accetta di occuparsi dell’intero progetto architettonico e decorativo. Il risultato non può che essere di grande intensità emotiva: la Camera di Amore e Psiche, la Camera dei Giganti, sono esempi assoluti dell'arte manierista, in cui i miti classici vengono esaltati dalla potenza espressiva della pittura.
Villa di delizie, dimora suburbana, luogo di incontro per ospiti importanti: Palazzo Te è, ad oggi, uno degli esempi più raffinati di architettura cinquecentesca. Le sue stanze ospitano personaggi illustri, come l'imperatore Carlo V, nel 1530 e nel 1532, e il re di Francia Enrico III, nel 1574.
Architettura e decorazioni
La pianta quadrata dell’edificio principale si rifà al modello delle ville romane, con quattro corpi di fabbrica raccolti attorno a una corte interna. Le sale interne sono un manifesto della pittura manierista: nei cicli pittorici ideati dallo stesso Giulio Romano, allegoria, letteratura, storia e mito classico s’intrecciano con grande libertà espressiva e ricercati artifici.
Nella sequela di saloni affrescati s’incontra la sala dei Cavalli, peculiare omaggio ai purosangue tanto amati da Federico II Gonzaga e dal padre Francesco II: sulle pareti, ritratti a grandezza naturale con stupefacente realismo, i destrieri dei Gonzaga stazionano davanti a sfarzose architetture illusionistiche. Segue la camera di Amore e Psiche, dove il mondo classico è rappresentato nelle sue espressioni più sensuali. Il tema è tratto dall’omonima favola narrata nelle “Metamorfosi” di Apuleio, raffigurata sul soffitto suddiviso in cornici ottagonali, sulle lunette e su due delle quattro pareti. Le pareti nord ed est sono invece decorate con altre scene mitologiche anch’esse incentrate su amori tormentati; un probabile riferimento alle vicende sentimentali di Federico Gonzaga, la cui relazione con Isabella Boschetti fu motivo di duri contrasti con la madre, Isabella d’Este.
L’ambiente più famoso è la camera dei Giganti, interamente ricoperta da un affresco ispirato alla gigantomachia (guerra tra dei e giganti), cristallizzata nel momento in cui si scatena la vendetta divina contro i giganti che hanno tentato di assaltare l’Olimpo. Ricorrendo all’illusionismo pittorico, ma anche smussando gli angoli delle pareti, Giulio Romano tenta di svincolare la pittura dalle limitazioni spaziali e azzerare la distanza tra spettatore e rappresentazione: entrando nella sala si viene proiettati al centro dell’azione, coinvolti dalla disfatta dei giganti, che sembrano franare sull’osservatore.